Offese sui social? Costano care!

Ormai siamo costantemente presenti nella realtà virtuale, nei social networks, nelle chat, siamo lettori di blog, autori di articoli, acquistiamo in rete, siamo al 100% nell’era digitale. La pecca? Non avere più la percezione della realtà. Agire dietro uno schermo senza pensare, usare con leggerezza gli strumenti che abbiamo a disposizione, comportarsi come se il monitor fosse uno scudo, una protezione, agire senza prestare attenzione alle conseguenze, pensare che dall’altra parte le persone siano lontane anni luce da noi, ecco la pecca vera.

Difficilmente insulteremmo qualcuno ad alta voce in una piazza pubblica, ma facilmente ci permettiamo di farlo attraverso il web.

Ma cosa rischia davvero chi insulta o offende qualcuno sui social networks?

Gli insulti a mezzo social sono a tutti gli effetti un reato e possono portare ad una condanna per diffamazione aggravata. Una piccola ma doverosa distinzione, prima di addentrarci in alcuni casi e sentenze è da farsi. Una chiacchierata con l’avvocato Ilaria Pero ha messo in luce una importante distinzione:  le offese fatte o ricevute in privato (ad esempio su una chat) e quelle ricevute o fatte pubblicamente portano a conseguenze differenti. Nel primo caso, infatti, si parla di INGIURIA, non un reato penale ma un illecito civile. Nel secondo caso, invece, si parla di DIFFAMAZIONE.

Articolo 594 Codice Penale (Ingiuria)

Chiunque offende l’onore o il decoro di una persona [c.p. 278, 297, 298, 341, 342, 343] presente è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a euro 516. Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto mediante comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, diretti alla persona offesa. La pena è della reclusione fino a un anno o della multa fino a euro 1.032 se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato.

Articolo 595 Codice Penale (Diffamazione)

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito [c.p. 598] con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2.065. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico [c.c. 2699], la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516.Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza o ad una autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate [c.p. 29, 64].

Ma perchè gli insulti sui social sono reato? Perchè non sono diversi dalla piazza del vostro paese o del bar che frequentate. Perchè i social sono in grado di raggiungere una vasta platea di soggetti, ampliando ed aggravando la capacità diffusiva del messaggio lesivo. Perchè ciò avvenga è necessario che l’offesa venga letta da più persone e che la sua diffusione possa avvenire in maniera incontrollata.

Esempio 1

Nuoro, 27 settembre 2018

Nel 2016,  un uomo si presenta al pronto soccorso di Nuoro assieme al padre che lamenta dolori a un braccio. Prima che il genitore del quarantaduenne possa essere visitato c’è da attendere. Alla fine la visita viene effettuata. Il giorno dopo però, l’uomo di 42 anni scrive un post in cui si lamenta e racconta l’attesa durata otto ore all’interno del nosocomio nuorese.

Alla fine del post oltre alle lamentele ci sono una serie di insulti che non risparmiano le due dottoresse in servizio (che non vengono nominate). Il post, ma soprattutto gli insulti e gli attacchi non sfuggono né ai due medici in servizio, né alla scala gerarchica e dirigenziale dell’azienda sanitaria nuorese. Dall’Asl il via libera a procedere: parte quindi la querela affidata all’avvocato Lorenzo Soro che nella fase processuale ricorda e produce gli orientamenti giurisprudenziali proprio in materia di diffamazione sui social network.

I due medici si costituiscono parte civile. Il tribunale di Nuoro ha condannato, il 27 settembre, l’uomo a 1 anno e sei mesi per diffamazione, 6mila euro di risarcimento del danno per le parti civili ( la cifra sarà devoluta per acquistare strumenti utili per il funzionamento del pronto soccorso) e pagamento delle spese processuali per 3.200 euro.

 

Esempio 2

Settimo Torinese, febbraio 2018

Un operaio di Settimo di 42 anni, aveva commentato la morte di ragazzo siciliano in questo modo: «Sono felicissimo un terrone in meno da mantenere».  «Quando vedo queste immagini – aveva ancora scritto l’operaio – e so che nella bara c’è un terrone ignorante, godo tantissimo. Peccato che ero al Nord altrimenti avrei c.. su quella bara bianca».

Dopo la denuncia di alcuni amici e compagni della vittima la procura aveva incaricato i carabinieri del nucleo investigativo telematico di scoprire chi si nascondesse dietro al profilo Facebook. Gli investigatori all’inizio del 2016 diedero un nome a quella persona. Poi la richiesta di giudizio per diffamazione aggravata da odio razziale e la condanna. 1000 euro oltre spese processuali.

Cosa è meglio fare quindi?

Contate fino a dieci prima di commentare con poca intelligenza.